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C A T I N O
Catino ebbe origine circa quattro secoli
prima di Poggio Catino.
Non è la storia di due diverse comunità
separate territorialmente e politicamente: furono
governate dagli stessi uomini e si sono sempre
riconosciute nelle stesse problematiche. Tuttavia,
trattandosi di due comunità urbanisticamente separate,
svilupparono nel tempo una diversa identità culturale.
Questo ha determinato modeste rivalità ma
sempre legate a vicende contingenti piuttosto che a
motivazioni strutturali.
Prevalenti sono stati i motivi di unione
e di scarso significato i contrasti: ciò è storicamente
dimostrato dal fatto che non si è mai verificata rottura
ma, insieme e sempre, entrambi i paesi hanno condiviso
lo stesso destino.
E' un'ipotesi verosimile che il Castrum
di Catino fosse costruito dai Longobardi in un processo
d'incastellamento che aveva come obiettivo la
fortificazione pianificata del territorio per necessità
di sicurezza: era più efficace una difesa decentrata
piuttosto che concentrare, mantenere e rendere operativa
una struttura difensiva centralizzata. Gli insediamenti
rurali o urbani vennero quindi incastellati e questo
fenomeno produsse una ricaduta positiva sull'economia,
il popolamento e il sistema dei simboli e valori
sociali. Il Castello è il luogo e il simbolo di un
esercizio signorile del potere, di un dominio personale
gestito '' sine rege et sine lege ''. Il Castello si
appropria progressivamente di funzioni più articolate e
si definiscono una diversa struttura socio - economica e
nuove forme politiche. Su un incastellamento di tipo
militare con funzioni strategico - difensive s'innesta
un'organizzazione feudale in cui non è prevalente la
difesa del territorio ma il dominio politico ed
economico sul singolo insediamento. La sua origine
risale al periodo della dominazione Longobarda (568 -
774) ma non esiste un riferimento storico e documentale
che consenta di datare con certezza la sua nascita.
La sua storia evolve nel tempo
parallelamente alla storia dell'Abbazia di Farfa che
svolgeva un ruolo politico di aggregazione e riferimento
sul piano economico, sociale e religioso.
Durante il periodo di reggenza
dell'Abbazia da parte di Pietro I° (890- 919), Farfa fu
assediata per sette anni dai Saraceni (un popolo
semitico proveniente dall'Arabia). Constatata
l'impossibilità di resistere oltre, l'Abbazia fu
abbandonata. I Saraceni la occuparono ma, affascinati
dal suo splendore, non osarono distruggerla e ne fecero
il loro quartier generale. Nottetempo, durante una loro
momentanea assenza, alcuni ladruncoli penetrarono
all'interno dell'Abbazia con l'intento di rubare e in un
angolo del Monastero accesero un fuoco probabilmente per
riscaldarsi. Forse spaventati da un improvviso
rumorefuggirono in tutta fretta e il Monastero
bruciò. Questi ladruncoli ( '' fuerunt de oppido
Catinense quod noncupatur Catino'' ) erano di Catino.
Tale evento si verificava nell'anno 898.
Si tratta del primo riferimento storico in cui si nomina
Catino e pertanto, al verificarsi di tale evento, Catino
già esisteva. Molto verosimilmente la sua origine risale
alla prima metà del VII secolo cioè prima del 650 e,
altrettanto verosimilmente, il nome lo prese dalla
Dolina carsica(i resti della Rocca e la Torre sono
all'apice della sua parete meridionale) che ha la forma
di un profondo ''Catino''.
Altro riferimento storico è la
ricostruzione della Cappella di San Pietro di Catino per
opera dell'Abate Giovanni III° (966-997). Così I.
Schuster nel suo Libro ''L'imperiale Abbazia di Farfa''
descrive l'evento. ''Ci sfuggono le ragioni per cui la
povera Cappella dell'Apostolo Pietro riuscì tanta cura
ai nostri Monaci (di Farfa) in modo che l'iniziativa
dell'Abate fu accolta da tutti col più vivo entusiasmo.
I predecessori di Giovanni n'avevano
ceduto l'enfiteusi a un tal Benedetto e, smembratane
l'antica dotazione, l'avevano data a godere a titolo di
censo a diverse famiglie tra le più agiate del luogo. Un
tale Clarissimo, saputa adunque l'intenzione dell'Abate,
aveva già fatto testamento in favore di Farfa cedendole
le sue ragioni sui beni di San Pietro quando, verso il
984, le soldatesche del Conte Benedetto di Sabina si
scontrarono a Sorbilliano coi vassalli della famiglia di
Attone nemica al Conte. Nello scontro morirono Raniero,
figlio di Attone e Clarissimo.
I Farfensi allora, nonostante le
proteste dei parenti, entrarono in possesso della parte
del suo patrimonio già anteriormente donato alla Badia
di Farfa e, di comune accordo con Giovanni III°,
commisero l'incarico di restaurare la negletta
prepositura (il ''Preposito'' è un istituto giuridico
che definiva una posizione con speciali privilegi) cioè
la cappella di San Pietro a un tal Giovanni di cui i
documenti del Monastero tessono un elogio magnifico.
Trasferitosi questi a Catino insieme ad
un altro monaco e a due religiosi laici posero tosto
mano animosamente a riparare la chiesa in sin dalle
fondamenta e in breve, in un'amena collina fuori
dall'abitato tra il verde degli ulivi, si vide risorgere
la nuova chiesa dalle propozioni più vaste, dalle linee
architettoniche elegantissime che davano maggiore
risalto agli affreschi che decoravano l'interno e la
facciata del Tempio.'' Tali notizie lo Schuster le ha
attinte dal Regesto Farfense, III, 104. Ancora lo
Schuster. ''La nuova fondazione di Catino ammirata e
lodata da tutti prosperava felicemente ma ben presto la
leggerezza di carattere di Giovanni III° e l'amicizia
sua per il giudice longobardo Uberto che in seguito
doveva divenire il braccio destro di Ugo I° per la
rivendicazione del patrimonio di Farfa, destarono il
sospetto tra i monaci e nel vicinato che l'Abate, stanco
dele cure sostenute, avesse nascostamente difeso in
favore di Uberto e dei figli di un tale diacono di nome
Benedetto, la migliore parte dei beni di San Pietro di
Catino.
Nel frattempo giunse la festa di San
Pietro, titolare della prepositura di Catino.
Giovanni III°, in cambio d'incominciare
la Messa, così parlò alla folla di Farfa: ''Nessuno fra
voi ignora quante ansie e fatiche mi sia costata la
Chiesa di San Pietro di Catino di cui mi calunniano i
miei nemici quasi che io abbia sperperato le rendite.
Prendo perciò a testimone della innocenza mia Dio e i
Santi suoi le ossa dei quali riposano sotto questo
altare''.
La Chiesa di San Pietro verosimilmente
era ubicata sul Colle di Fontegrotti nei pressi della
Villa di Osterno. In questa località sono stati
rinvenuti, anche in tempi recenti, resti di antiche
costruzioni. La Sabina, in età longobarda, era parte
del territorio di Rieti che, a sua volta, faceva parte
del Ducato di Spoleto.
Intorno al 781, Carlo Magno restituisce
il Patrimonium Sabinese(Bassa Sabina) al Papa Adriano I°
in cambio della sua rinuncia al Ducato di Spoleto che in
precedenza si era consegnato al Papa stesso.
Rieti era governata da un Gastaldo
(Gastaldus civitatis): l'intero territorio del Ducato
era suddiviso in otto - forse nove - Gastaldati.
Lo Sculdascio nella gerarchia longobarda
era una carica subordinata al Gastaldo con la funzione
di sovrintendere ambiti territoriali e amministrativi
minori.
Catino fu sotto il dominio del Ducato di
Spoleto per oltre quattro secoli fino circa all'anno
1000.
Con la caduta dei Longobardi,Carlo Magno
divise i Ducati in Contee e Marchesati non toccando però
quelli di Spoleto e Benevento. L'ultimo Duca di Spoleto
fu Corrado Lutzen d'Urslingen il quale nel 1198 rinunciò
al Ducato sciogliendo i suoi Vassalli dal giuramento e
sottomettendosi al Papa Innocenzo iii° che ne assunse
direttamente il governo. Catino fu governato in forma
oligarchica cioè da piccoli gruppi di uomini chiamati
''Homines de Catino''.
(Venivano così chiamati gli uomini di più
elevato rango sociale che possedevano consistenti beni
fondiari e governavano insieme. In seguito (secolo XII°)
costoro chiamarono alla pubblica amministrazione persone
meno nobili e ne derivò l'istituzione ''Comune'' che
provvide all'organizzazione statuale e politica della
Comunità. Franco di Sabino. (1065) Giovanni di Bove con
Susanna di Berlengario, genitori di Dono. Dono con
Teodoranda, genitori di Gregorio da Catino e di Donadeo.
(1040 - 1067) Dono con la seconda moglie Rogata.
Benedetto di Dono e la moglie Clarice. (1067) Farolfo e
Pietro di Liotone, Giovanni e Leone di Ranieri, Rustico
e Uberto d'Inginzone. (1073) Dono di Crescenzio. (1077)
Giovanni e Benedetto. (1082)
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