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Nel 1933,
all'interno di un torrione crollato, a destra dell'ingresso del
giardino del Palazzo Baronale e in prossimità della Rocca, sotto
un cumulo di materiali di risulta, il Signor Vincenzo Biraghi
rinvenne una cella ancora intatta contenente uno scheletro.
Il Ministero
di Grazia e Giustizia s'incaricò di asportare l'intera cella con
il suo contenuto trasferendola presso il Museo criminale di Via
Giulia a Roma dov'è attualmente conservata ed esposta.
Una piccola
cella rettangolare con le pareti in blocchi di travertino
squadrati e il pavimento in pietra.
Un grosso
anello di ferro murato nella parete sinistra, uno al centro del
pavimento sotto una feritoia chiusa da un'inferriata.
Sulla parete
di fondo, nella parte centrale, è tratteggiato un disegno o
graffito di croce e verso l'angolo destro, una chiazza di sangue
molto evidente. Altre macchie di sangue si notano sul davanzale
della feritoia. Sotto e a destra del graffito di croce c'è un
lucernario chiuso con mattoni di terracotta.
Quasi
addossato alla parete di fondo, un piccolo sedile di pietra
dalla forma circolare sul quale si adagia uno scheletro con
ceppi di ferro ai polsi, alle gambe, ai piedi.
A sinistra
del piccolo sedile ci sono un vaso e un boccale con semplici
disegni esterni e slabbrato da una parte.
Dall'esame
antropometrico risultò essere uno scheletro di donna, età
presunta poco più di vent'anni, dentatura perfetta, ossatura
integra, una struttura sottile e longilinea..
La donna fu
rinchiusa in questa cella e si trattò certamente di una morte
atroce per fame e sete a giudicare dalla distanza in cui
risultano posizionati il boccale e il vaso rispetto allo
scheletro.
La sola
certezza è che fu sepolta viva.
La
vivisepoltura era una pratica punitiva estrema che si applicava
in presenza di comportamenti di assoluta gravità o ritenuti
tali in linea con un'ideologia di negazione della donna e del
corpo femminile. L'adulterio poteva considerarsi un tipico
comportamento femminile di tale gravità almeno negli strati
sociali più elevati.
Oppure si
ricorreva alla vivisepoltura per realizzare autentici
comportamenti criminali come nel caso di Troilo di Sant'Eustacchio
che, nel 1475 e ancora adolescente, fu lasciato morire di fame
in una cella presso la Torre di Catino dov'era stato rinchiuso
dal Signore locale (suo fratello) Luigi di Sant'Eustacchio.
Non si hanno
elementi per definire l'identità di questa donna e cioè chi
fosse, il suo rango (una donna del popolo o della famiglia del
Signore) o se provenisse da un luogo diverso.
Se fosse
stata una donna del popolo priva cioè di rilevanza sociale è
difficile immaginare che venisse praticata nei suoi confronti
quella punizione (in una cella carceraria della parte nobile del
Castello) ma le sarebbero stati riservati trattamenti punitivi
diversi e certamente più grossolani.
Altra
ipotesi è che questa donna appartenesse ai Colonna, fosse
catturata dagli Orsini (o consegnata loro) come ostaggio e
lasciata morire in un modo così crudele per consumare una
vendetta.
L'evento
potrebbe risalire al tempo del dominio degli Orsini (1483 -
1588) ed è verosimile datarlo tra il 1484 e il 1525 cioè nel
periodo in cui più violente e sanguinose furono le lotte degli
Orsini con la famiglia rivale dei Colonna.
Qualunque
fosse la sua colpa e chiunque fosse, si trattò di un fatto
terribile.
In
solitudine, distrutta nella mente e nell'anima, incapace di
comprendere e accettare il sacrificio della propria vita.
Riuscì forse a dominare l'istinto di sopravvivenza morendo
raccolta su se stessa, lasciando di sè un'immagine di dolore e
incredibile tenerezza.
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