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Casa D’Italia
Associação para Incremento das Relações Brasil-Italia
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E-mail :
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Professore :
ANGELO ANTONIANI
LINGUA E DIALETTI IN ITALIA
Per un linguista parlare di lingua o dialetto è la stessa
identica cosa. Per un linguista l’ultimo dialetto del Molise ha
la stessa dignità della lingua letteraria.
Certo non ha la stessa storia. Quella storia che ha condotto
alcuni di questi idiomi ad essere usati in un contesto più
ristretto ed altri in uno molto più amplio. Per quanto riguarda
le differenze và detto che le stesse sono meno numerose e meno
importanti di quanto comunemente non si creda. Entrambi derivati
dal Latino, entrambi sistemi linguistici complessi e variamente
articolati, la lingua italiana e uno qualsiasi dei tanti
dialetti parlati nella Penisola sono ugualmente legittimi per
nascita e per sviluppo, e ugualmente funzionali nel loro uso.
Come l’italiano, i nostri dialetti riflettono tradizioni e
culture nobili; possiedono un lessico e una grammatica: sono a
tutti gli efetti delle “lingue”. Vi sono ad ogni modo delle
differenze.
·
·
In genere il dialetto
è usato in una area più circoscritta
rispetto alla lingua, la quale invece appare difusa in una area
più vasta.
I motivi di tale maggiore espansione sono culturali in Italia,
politici in Francia e in Spagna. Come poi vedremo meglio, le
opere del Dante, Petrarca e Boccaccio diedero un grande
prestigio al
fiorentino del trecento:
questo dialetto, divenuto lingua d’arte attraverso
l’elaborazione dei tre grandi scrittori, fu in seguito adottato
dalle persone colte e dai centri di potere della Penisola. In
Francia e in Spagna fu invece il potere monarchico ad imporre e
diffondere il dialetto usato dalla corte: nacque così una lingua
dello stato e dell’amministrazione riconosciuta daí sudditi come
simbolo dell’unità nazionale.
L’espansione di una lingua parlata su un’area geografica più
ampia, il fatto che tale lingua, divenuta lo strumento della
classe dominante, possa essere scritta dai letterati, dagli
organi dell’amministrazione periferica e del potere centrale; la
circostanza (molto importante) che essa miri a diventare più
regolare dandosi una “norma” stabilita dai grammatici ed
insegnata a scuola: tuti questi fattori tendono a differenziare
la lingua dal dialetto.
Per quanto riguarda il lessico, la lingua estende e perfeziona
il vocabolario intellettuale (scrittori e scienziati scrivono di
solito in lingua); il dialetto invece arricchisce soprattutto le
terminologie che si riferiscono al mondo rurale. Possono “Essere
rotte le uova nel
cesto”nonostante esse siano adesso collocate in opportune
confezioni di cartone.È molto lontano il tempo in cui “Berta
filava“
tuttavia si continua a “Star
diritto come un
fuso”. La luce elettrica arriva fin nei più remoti angoli
ma....ancora si continua a “Mantenere
la candela”
I carri di buoi sono scomparsi dalla scena ma ancora si
collocano”I
carri
davanti ai buoi”.E,
acora si può essere “L’ultima
ruota del carro”e,
sempre si correrà il rischio di “Chiudere
la stalla dopo che i buoi sono già scpappati“.
L’italiano e i dialetti anche ci collocano tra gli animali
domestici tra gli orti delle fattorie”Scrivere
come una gallina”,
credersi “Il
figlio della gallina bianca”,
“Pigghi
doi columbr cou uma fusiladh”,
fingersi di “Gatto
morto”,
nel gruppo c’è sempre la “Pecora
nera”.
E ovviamente non poteva certo rimanere fuori dalla carrellata la
vecchia e sana cucina contadina :”Negro
come un calderone”
;”Sugiu
como na’cazzarola”.
“Stare
al verde“,
questo a causa dell’abitudine, in una determinata epoca, di
tingere di verde il fondo dei candelieri o di rivestirlo com un
foglio sottile colorato; da qui, l’idea di ”possedere qualcosa
in quantità esigua”.”Fuogh
de pagh”,
vedere qualcuno com “a
fumazz nos’oglios”,
antichissime espressioni che si perdono nella notte dei
tempi.Voltando “a
bomba”al
discorso delle differenze tra
lingua
e
dialetto,
e ai fattori di carattere sociale che li distinguono:
1.
1.
La lingua subisce una
codificazione,
vale a dire, si operano delle scelte tra forme concorrenti e
quindi si propongono dei modelli; tale processo non avviene di
solito nel dialetto o comunque si verifica in misura ridotta;
2.
2.
La lingua possiede un
uso scritto,
che manca per lo più ai dialetti;
3.
3.
La lingua gode di un
prestigio sociale
superiore a quello dei dialetti;
4.
4.
La lingua ha acquisito una
dignità culturale
superiore a quella dei dialetti.
Queste distinzioni non sono sempre e ovunque presenti. Ciò è
vero soprattutto per l’Italia dove si incontrano dialetti come,
per esempio, il veneto ed il napoletano,che hanno subito una
codificazione, possiedono un uso scritto ed una grande dignità
culturale (si pensi ad esempio all’opera del Goldoni e del
Basile). Tanto che si può concludere che, in fine, l’único
criterio abbastanza sicuro per distinguere la lingua dal
dialetto è la minore diffusione di quest’ultimo.
Propriamente il termine dialetto
(dal greco Diálektos “lingua”, derivato dal verbo Dialégomai
“parlo”) indica due realtà diverse:
1.
1.
Un sistema linguistico autonomo rispetto alla lingua nazionale
quindi un sistema che há caratteri strutturali ed una storia
distanti rispetto a quelli della lingua nazionale;
2.
2.
Una varietà parlata della lingua nazionale, cioè una varietà
dello stesso sistema; per esempio i
dialects
dell’anglo-americano sono varietà parlate dell’inglese degli
Stati Uniti: ovviamente tali dialetti hanno gli stessi caratteri
strutturali e la stessa storia della lingua nazionale.
·
·
Con l’espressione
lingua nazionale
s’intende il sistema linguistico adottato da una comunità,
costituente una nazione, come contrassegno del proprio carattere
etnico e come strumento dell’amministrazione, della scuola,
degli usi ufficiali e scritti.
Sarà opportuno a questo punto, soffermarci un pochino sulla
nascita del dialetto:-
È una storia affascinante, oltre ché del massimo interesse.
Facciamo un balzo indietro nel tempo. Arriviamo così ad un
periodo antecedente quello che rappresenta il punto di partenza
e di riferimento costante per la nostra storia: la nascita di
Roma e l'affermarsi, attraverso i secoli, della potenza latina.
I latini
L'odierna capitale dell'Italia fu fondata dai Latini che,
incredibile ma vero, erano una tribù indo-germanica discesa in
Italia al tempo della grande invasione indo-germanica d'Europa.
Popolazioni cioè originarie delle zone poste ai confini tra
l'Europa e l'Asia (gli Urali, il Caucaso, l'Iran ecc.), arrivate
nelle nostre terre dopo aver sostato per un periodo di tempo non
breve nel nord Europa, nell'area corrispondente grosso modo
all'odierna Germania. Occorsero diversi secoli, è naturale, ma
alla fine i Latini, e con essi Roma, riuscirono ad emergere e ad
acquistare l'egemonia su tutti i popoli che abitavano la nostra
penisola.
Erano genti tra loro diverse a seconda delle regioni che
occupavano. Nel sud dell'Italia vi erano colonie greche;
nell'Italia centrale, oltre a gruppi affini ai Latini, si
trovavano gli Italici del gruppo Osco-Umbro; l'attuale Toscana -
ed anche ampie zone a nord degli Appennini - ospitavano gli
Etruschi, una popolazione indo-europea, dalla civiltà
antichissima.
I popoli e le lingue dell'Italia del nord
Ma spostiamoci a nord, verso l'area padana che a noi più
interessa.
Questa zona era abitata, prima della venuta dei Latini, da tribù
mediterranee, liguri, retiche, iberiche (originarie della
penisola occupata oggi da Spagna e Portogallo), del cui
linguaggio nessuna traccia scritta è rimasta. Però non poche
parole o "radici", a quanto affermano gli studiosi, denunciano
senz'ombra di dubbio ancor oggi la loro appartenenza a queste
antiche parlate pre-latine.
Eccone alcuni esempi. All'elemento "mediterraneo" si fa risalire
il termine gava (torrente) e quello di insubrium
(nome di Milano prima della venuta dei Celti). Allo strato
"ligure", invece, appartengono le radici clav (rupe
sporgente) e pala (roccia).
Alla lingua "retica" - secondo alcuni studiosi i Retici erano
popolazioni montane originate da quelle liguri - si devono molte
parole che in seguito entrano a far parte dei dialetti lombardi
e di quelli della Svizzera italiana o che, al contrario, danno
origine a "nomi" di località. Eccone alcune: barga
(capanna), cous (grotta), nava (conca), crenna
(fessura, screpolatura stretta e lunga nelle pareti
rocciose), ganda (pietrame) ecc..
Il giurassico
Altro linguaggio scomparso "ufficialmente" dai documenti della
storia è il giurassico, contemporaneo del ligure (quindi come
questo pre-latino) che pare abbia avuto origine nelle montagne
dell'attuale Giura franco-svizzero.Confrontando alcuni vocaboli
di questa lingua con il dialetto milanese - il principale del
ceppo lombardo occidentale, dal quale sono poi derivati gli
altri dialetti di parte della regione - troviamo sorprendenti
affinità. L'articolo el (il) è rimasto in dialetto tale e
quale; la parola magnin (calderaio ambulante), ha dato
origine alla milanese magnan. Analogamente d'origine
giurassica sono la guja (ghiaa in milanese), il
pungolo col quale si aizzavano i buoi, il tavan (tafano),
ed il verbo rougnasser (rognà in milanese, cioè
"brontolare").
I Celti
È poco dopo l'anno 600 a. C. che l'equilibrio etnico esistente
nello stivale subisce un primo, robusto scossone. Alle
popolazioni dominanti del nord, quelle liguri cioè, si mescolano
i Celti, che i Romani più tardi chiameranno Galli. Di origine
asiatica, i Celti arrivano in Italia dai paesi nordici, specie
dalle terre dell'odierna Germania e della Francia del nord.
L'impatto che determinano è robusto, più ancora l'influenza che
esercitano sulle popolazioni e sul loro modo di vivere. I Celti
finiscono così per condizionare in maniera determinante la vita,
i costumi, la lingua delle genti preesistenti. L'influenza
celtica è lunga e duratura. I vocaboli che portano sono nuovi,
tipici. Parlano in prevalenza di guerra, di armi, di
fortificazioni, di leggi. Le parole di origine celtica oggi
sopravvissute nei dialetti settentrionali sono moltissime, pur
se in seguito modificate o alterate dal latino dei Romani
conquistatori. Vediamone alcune. Anzitutto i nomi di località:
Mediolanum (Milano) deve la sua origine alla parola
medio e lan(n)o. Quest'ultima in celtico significava
"spazio recinto e piano", forse un luogo consacrato, quindi
Mediolanum voleva dire "luogo di mezzo, paese in mezzo a una
pianura". Brianza deriva da brig (luogo elevato); Lecco,
deve il proprio nome alla radice celtica leukos (bosco).
Altre parole celtiche sono: barros (cespuglieto), mosa
(acquitrino) dunum (collina), paraveredus
(stallaggio), brennos (capo), dervo (quercia),
briva (ponte) e così di seguito.
I Romani
E arriviamo finalmente alla tanto attesa svolta storica,
l'arrivo dei Romani, che prima stabiliscono "colonie" e
accampamenti militari (Cremona, prima colonia di diritto latino,
nell'anno 218 a. C., seguita nel 214 a. C. da Mantova) e, poco
alla volta, sottomettono tutte le popolazioni dell'alta Italia.
È opportuno ricordare che le principali città appartengono a
tribù celtiche: Mediolanum (Milano) è legata agli Insubri; Laus
Pompeia (Lodi) ai Boi, Bergamo agli Orumbovi, Brescia ai
Cenomani, Ticinum (Pavia) ai liguri Laevi preesistenti ecc.;
comunque sia, l'avanzata dei nuovi conquistatori è
inarrestabile. Lo sconvolgimento che un evento storico del
genere deve aver arrecato ai popoli del nord può essere
facilmente immaginato. Il modo d'interpretare le leggi, di
definire gli oggetti d'uso quotidiano, di comunicare col
prossimo, cambia completamente. Chi arriva da Roma non impone
con la forza la nuova cultura, ma fa in modo che questa si
propaghi attraverso i canali che più le sono congeniali:
l'istruzione, i pubblici uffici, i documenti del vivere
quotidiano, gli spettacoli, i giochi. Il latino classico di Roma
- quello di Marco Tullio Cicerone e di Publio Virgilio Marone,
autore dell'Eneide - quello cioè che la classe dirigente e il
mondo della cultura usano, rimane per lunghi periodi la "lingua"
per eccellenza di coloro che redigono documenti, contratti,
scrivono opere destinate ai posteri. Al contrario, il latino
usato dal volgo, dalla gente umile, perde anno dopo anno la sua
purezza iniziale - anche per i cittadini di Roma che vanno ad
abitare nelle nuove città - e si trasforma, a seconda delle zone
geografiche nelle quali viene parlato, in un linguaggio del
tutto diverso. Questo fenomeno si verifica ovunque nei territori
sottomessi ai Romani. A contatto con la lingua e con i dialetti
dei Celti, per esempio, il latino si imbastardisce in misura
ancora maggiore. Mentre la lingua scritta "tiene duro", quella
affidata alla gente che la usa a proprio piacimento e in
funzione delle proprie necessità, perde le caratteristiche
originarie mano a mano che acquisisce i caratteri celtici,
trasformandosi in un "latino volgare" che, col tempo, diverrà
dialetto prima e italiano poi, pur conservando un'impronta
tipica e collegabile alla sua particolare origine. Questo
fenomeno linguistico è comune a tutti i territori conquistati
dai Romani; ma non si esaurisce qui. Un'ulteriore differenza
delle varie parlate è data da una vera e propria polverizzazione
di suoni, cadenze, vocaboli ed etimi, nell'ambito di ogni
singola zona che, come risultato, dà origine a dialetti diversi
tra loro. Quelli dell'area lombarda rimangono così per sempre
legati in gran parte al latino (per un settanta per cento
circa), e alle parlate gallo-italiche che lo precedevano.
Influenze del latino e del greco
Che il latino sia presente in moltissime parole lombarde non è
un mistero. Si può ricordare, tra le molte, amita (zia),
che in milanese è divenuta medinna, oggi non più usata.
Ancora: pistrinum (forno), che in dialetto ambrosiano è
prestìn; situla (secchio), che in milanese è
sidella; pascua (spiazzo erboso), che in dialetto
diventa pasquée. Si potrebbe continuare per pagine
intere. E non è solo il latino a farla da padrone. Il greco
regala al nostro dialetto milanesissime parole: basèll
(gradino); usmà (odorare); erbión (pisello);
pestón (fiasco), quest'ultima non più usata.
I Goti e i Longobardi
Col trascorrere degli anni, altre genti scendono nella pianura
del Po, talvolta da dominatori, tal'altra in seguito a semplici
trasmigrazioni, alla ricerca di terre fertili e luoghi sicuri.
Sappiamo quanto la nostra pianura, ben protetta dalle montagne
alpine, abbia rappresentato per secoli l'ideale punto d'arrivo
per tribù guerriere o pacifiche; nessuna meraviglia quindi, che
la storia ci dica come, ad intervalli di tempo regolari, intere
tribù - non si potevano infatti considerare popoli omogenei -
venissero nell'attuale Lombardia trovandovi gente laboriosa,
pacifica, dedita al lavoro dei campi e ai commerci, ben
disposta, in ultima analisi, all'amalgama. Verso la fine del 400
d. C. sono i Goti di Alarico a scendere in Italia, mentre nel
568 è la volta dei Longobardi. I primi erano originari della
Germania orientale mentre i secondi, che più a lungo si
fermeranno tra noi, fino al punto di integrarsi con le
popolazioni gallo-italiche che già abitavano la zona,
provenivano dalla Germania occidentale.
Sappiamo che il nome della nostra regione, Lombardia, proviene
dai Longobardi dominatori.
Quanto a questo popolo, noi non abbiamo conoscenze dirette del
longobardo, nel senso che non ci è arrivato nessun testo scritto
in quella lingua. A quei tempi, i pochi che sapevano scrivere
scrivevano in latino. L'unica lingua germanica antica che ci sia
sufficientemente nota è il gotico. Per quanto riguarda il
longobardo, dobbiamo accontentarci dell'onomastica (per
alcuni secoli, a parte qualche raro Paolo, tutti i nomi
di persona sono germanici: Alighieri, Gualtiero,
Guglielmo ecc.), della toponomastica, e di alcuni termini
inseriti all'interno di un contesto latino: come guidrigildo,
faida ecc.
Da tutti questi indizzi, si può concludere che il tratto più
caratteristico del longobardo era la seconda rotazione
germanica, che lo avvicina al moderno tedesco. Così trincare
(ted. trinken ingl. to drink), palla <>
balla, palco <> balcone, panca <>
banca, Ruperto <> Roberto, (Val)perga
<> borgo; ma se la rotazione è segno sicuro di origine
longobarda, non sempre la sua mancanza indica parola franca o
gotica.
Il longobardo ha avuto una grandissima influenza sullo sviluppo
della lingua italiana, a nord come a sud: non dimentichiamo la
Longobardia Minor, cioè i ducati longobardi di Spoleto
e Benevento, che sono sopravvissuti fino all'arrivo
dei Normanni. Ma anche a Venezia, a Roma e a
Palermo, cioè là dove i longobardi non hanno mai messo
piede, si dice guerra e non bellum.
L'influenza delle lingue germaniche sulle moderne lingue
romanze, e quindi del longobardo sull'italiano, è stata così
forte da introdurvi non solo numerosi vocaboli, ma anche delle
regole grammaticali; pensiamo per esempio all'uso degli infiniti
preceduti da preposizione (comincio A parlare, finisco
DI mangiare), uso che è sconosciuto al latino, e che è
tipico delle lingue germaniche (inglese to + inf, tedesco
zu + inf.).
Le dominazioni straniere <<moderne>>
Lo spagnolo
Passano i secoli, arrivano le dominazioni straniere "moderne".
Prima fra tutte quella degli spagnoli che per lunghi anni
tengono sotto il loro dominio la Lombardia, specie Milano,
arrivando anche in Valtellina.
Molti sono i vocaboli milanesi che sono nati a seguito del
contatto prolungato con le parole spagnole; alcuni sono
veramente tipici delle parlate lombarde, quali tomates
(pomidoro), dallo spagnolo tomate; rosciada
(acquazzone), da rociada; cometta (aquilone), da
cometa; lócch (sciocco, stordito ed anche uomo
"duro" della malavita), da lòco; fogôs
(impetuoso), da fogoso; panposs (poltrone,
pasticcione), da pamposado , ecc.. Tra i verbi robà
(rubare), da robar: scusà (fare a meno), da
excusar. Curioso, infine, il modo di dire testa de fèrr
(prestanome), che proviene dallo spagnolo cabeza de fierro.
Il francese
Anche i francesi lasciano la loro brava traccia nella parlata
dialettale di Milano, con alcune parole caratteristiche e
dall'inconfondibile matrice transalpina: articiòcch
(carciofo), deriva da artichaut; tiraboscion
(cavaturaccioli) da tire-bouchon e così di seguito.
Il tedesco
La dominazione austriaca - la più vicina nel tempo tra le molte
che Milano ha subito - ha influito non poco sul modo di vita
degli ambrosiani. Sotto il regno di Maria Teresa d'Austria,
Milano ha conosciuto un lungo periodo di benessere e di intensa
attività commerciale che l'ha collocata, per mezzo dei suoi
traffici, tra le prime città d'Europa. Era quindi fatale che un
così stretto rapporto con quelli che i milanesi chiamano ancor
oggi con un po' di irriverenza - "crucchi", finisse per lasciare
qualche traccia anche nel dialetto di casa. Parole d'origine
tedesca sono ranf (crampo), da krampff; sleppa
(gran fetta), da schlepfen; lobbia (loggia),da
laube. Tra i verbi, alcuni molto conosciuti e usati anche ai
nostri tempi, troviamo trincà (sbevazzare), da
trinken; sgurà (strofinare), da schuren;
slòffen (dormire), da schlafen.
Latino Volgare
Per quanto riguarda il latino volgare si divise in una serie
numerosa di parlate piú o meno diverse fra loro: sono i dialetti
piemontese, ligure, lombardo, emiliano – toscano, romano –
campano. Si puó quindi stabilire una certa divisione dei
dialetti italiani:
1.
1.
Dialetti Italiani – Settentrionali
- divisi a loro volta in:
·
·
Dialetti gallo–Italici (Lombardo; Piemontese; Ligure e Emiliano
– Romagnolo)
·
·
Dialetti veneti
·
·
Dialetti istriani (Friuli)
2.
2.
Dialetti Centro-Meridionali
- divisi a loro volta in:
·
·
Dialetti toscani
·
·
Dialetti mediani (Laziale; Umbro; Marchigiano Sett.)
·
·
Dialetti meridionali intermedi (Laziale; Umbro; Marchigiano
Merid.; Abruzzese; Molisano; Peuglie; Salentino-parte nord (a
sud si parla, tuttoggi, il greco antico); Campano)
·
·
Dialetti meridionali estremi (Calabria e Sicilia)
3.
3.
Dialetto Sardo
- diviso in:
·
·
Dialetto logudorese-campidanese (Cagliari)
·
·
Dialetto sassarese-gallurese (Sassari)
4.
4.
Dialetto Ladino
- diviso in:
·
·
Dialetto friulano
·
·
Dialetto ladino-dolomitico
Fuori dei confini dello Stato italinano si parlano dialetti
italiani: in Corsica, apparentemente alla Francia dal 1768 (i
dialetti corsi rientrano nel gruppo CM); in Istria (dialetti
istriani). Nel Cantone dei Grigioni (Svizzera) si parla il
romancio o grigionese, che é una varietá del ladino.
All’interno dei confini politici d’Italia vivono gruppi etnici
di varia consistenza numerica, i quali parlano otto lingue (o
varietá di lingua) diverse dall’italiano:
; ;
Provenzale
(Alpi piemontesi: Torre Pellice; Calabria: Guardia Piemontese)
; ;
Franco-provenzale
(Valle d’Aosta; due comuni della provincia di Foggia)
; ;
Tedesco
(Alto Adige; varie zone delle Alpi e delle Prealpi)
; ;
Sloveno
(Alpi Guilie)
; ;
Catalano
(Sardegna; Alghero)
; ;
Albanese
(vari comune del Meridione e della Sicilia)
; ;
Greco
(alcune parti della Calabria e del Salento)
Si colloca una questione:
I cosiddetti dialetti “galloitalici” sono dialetti italiani?
Secondo alcuni linguisti, alcuni dialetti, come il
Piemontese e il Lombardo, sono classificati come “separate
entries”, e non come dialetti propriamente italiani.
Va considerato che tali dialetti hanno risentito
l’influenza di alcuni tratti di idiomi francesi (il prefisso
“gallo” qui significa “francese”, non “gallico”)
a)
a)
La presenza delle vocali cosiddette “procheile” (cioé
“arrotondate”), vale a dire [ö] e [ü];
b)
b)
La presenza (non sempre) della vocaçe indistinta [ë] in
posizione finale;
c)
c)
La palatalizzazione o spirantizzazione (non sempre) della
gutturale sorda latina [k] (come cattus>francese chat)
d)
d)
La riduzione della [a] altina tonica a [e], visibile
particolarmente negli infiniti dei verbi della prima
conjugazione (fenomeno limitato al piemontese ed al lombardo; ad
esempio non é presente nel ligure). Alcuni di tali fenomeni, in
ordine sparso, si presentano tra l’altro anche in diversi
dialetti italiani meridionali: le vocali procheile in tursitano
(provincia di Matera), la finale indistinta in tutti i dialetti
pugliesi.
Tra i fenomeni morfologici tipici dei dialetti galloitalici,
l’único che puó essere ricondotto alla situazione d’oltralpe è
forse la progressiva eliminazione del passato remoto (scomparso
peró completamente anche in Sardegna ed in Romania...dialetti
“gallosardi” o “gallorumeni” ????).
L’errore di fondo è quindi quello di basarsi su alcune
concordanze fonetiche (e/o raramente morfologiche) per operare
una distinzione che non regge ad un’analisi approfondita e, la
distinzione tra due sistemi linguistici (in questo caso, in
senso lato, “francese” e “italiano”) non puó essere affidata a
sporadiche concordanze di tale tipo, né tanto meno al lessico
(ovvio che in piemontese abbondino i termini di origine
francese, cosí come il maltese non cessa di essere un dialetto
arabo magrebino seppure infarcito di parole italiane e
siciliane); questa distinzione, dicevo, è afidatta a fatti
morfosintattici:, uno dei piú impotanti, per esempio, è la
formazione del plurale. Nel sistema linguistico francese si è
evoluto il plurale derivato dall’accusativo latino in S
(come in spagnolo, in portoghese ed in sardo), mentre l’italiano
continua con il nominativo plurale in I (come in rumeno e
nell’estinto dalmatico: il sistema linguistico italiano
appartiene alla cosiddetta “Latinitá orientale”). Di fatto, nei
dialetti galloitalici, il fenomeno della metafonesi
(scomparsa della terminazione – I ha comunque causato un
fenomeno di arrotondamento sulla vocale tonica, esempio in
italiano: nodo, plur. nod-i; in milanese: nöd), fenomeno
questo che ha certamente oscurato la terminazione tipica, ma dal
punto di vista storico, ció rientra nel sistema linguistico
italiano, non in quello francese.
Sempre a proposito di dialetti “galloitalici”, Il veneto,
dove non esiste la metafonesi, é, per cosí dire, un dialetto che
se ne sta per conto suo, ció deriva dal fatto che in quella
regione, la popolazione non era gallica, in origine, ma semmai
“venetica” composta cioé dagli antichi veneti. Nei dialetti
dell’Italia settentrionale le vocali finali delle parole cadono
tranne quando c’é la “a”; nel Veneto invece possano
rimanere anche altre vocali; per esempio “Avaro” in
Veneto si dice “Crudo, peloso”mentre, negli altri
dialetti Settentrionale é difficile trovare una vocale finale a
meno che non si tratti, come in Emilia-Romagna, del caso di “Tiré”
che peró é il participio passato del verbo “Tirare” per
cui, alla fine “Avaro” in Veneto resterá “Avaro”
mentre a Bologna sará “Aver”.
Un altro elemento tipico dei dialetti del Nord é che le
consonanti doppie diventano semplici. Nel Veneto, invece di
“matto” si dice “mato”
.
INFLUENZE DIALETTALI NELLA VALTELLINA
L’ABATE Pietro Monti, compilatore del “vocabolario dei dialetti
della città e della diocesi di Como”, cosí scrive nel 1845 a
proposito delle parlate della Valtellina:”Copioso e importante
sopra gli altri è il meno alterato perchè, fin verso la fine del
secolo passato, la valle sotto la Signoria dei Grigioni, senza
buone strade e scuole, retta da barbare leggi, non amica ai
forestieri, visse quasi divisa dal mondo. Le favelle delle valli
del Malenco e Chiavenna e della valle del Livigno, posta
solitaria al di lá della cresta delle Alpi, sono degne di
speciale studio.
Nel mercato di Sondrio i Valtellinesi stessi, poco intendono del
parlare dei Paesani di Albsaggia e di Montagna;e i |Bormiesi
ancora meno capiscono il dialetto di Livigno.Poschiavo parla in
generale come Tirano, mentre i Valtellinesi hanno voci usate nel
Tirolo italiano”
Pietro Monti ha visto giusto nella sua colorita diagnosi, circa
la distribuzione delle varie “parlate” nell’ambito della odierna
provincia di Sondrio. É pur vero che abbiamo avuto modo di
riscontrare, assistendo alla nascita e alla formazione dei
dialetti, che il Valtellinese, al pari degli altri dialetti
della Lombardia occidentale (Varesotto, Comasco, Lodigiani
etc.), proviene in gran parte dal ceppo milanese, a
differenza delle Valli di Poschiavo, Bregaglia e altre minori
situate nel territorio elvetico, che risentono in misura più
marcata dell’influsso ladino, pur essendo le parlate di queste
zone assolutamente “ lombarde”a tutti gli effetti. Ed
eccoci nella parte occidentale della provincia di Sondrio la
parte per intenderci che corre dall’alto Lago di Como fino al
Passo dello Spluga: la Valchiavenna. Quì la parlata è più
comasca che valtellinese.
Restano i Gerghi. Più che dialetti veri e propri, i
gerghi sono speciali linguaggi che uniscono un ben determinato
gruppo di persone che possiede in comune un certo carattere
distintivo (ad esempio il “mestiere” di calderaio, di
spazzacamino, di venditore ambulante etc.)o, al contrario,
particolari tradizioni che devono essere custodite dagli
assalti del mondo esterno; uno dei mezzi per raggiungere lo
scopo è dunque quello di usare uno speciale linguaggio noto solo
a pochi e incomprensibile ai forestieri.
Nella provincia di Sondrio sono molto noti i gerghi “calmùn”o
“calma” di Lanzada e quello “Patuà sciôbar” di
Valfurva-Valdisotto; per quanto, gli stessi, in via di
estinzione, purtroppo, essendo parlati solo dagli anziani.
IL DIALETTO NELLA VITA DI TUTTI I GIORNI
Una veloce carrellata attraverso le parole meno note, curiose,
originali- del dialetto valtellinese, potrà dare una idea di
quanto sia ricca di fantasia la tradizione popolare. É
straordinario come la semplicità della gente di montagna e la
saggezza istintiva che possiede riescano a trovare un “nome”
adatto per ogni oggetto, per ogni circostanza della vita,
calzante al massimo ad ogni sensazione interiore dell’animo
umano.
La famiglia
Il “Pà” (papà) e la “Mà” (mamma) rappresentano il
fulcro della famiglia.
Oltre ai genitori troviamo in casa, come è naturale, i figli. Il
ragazzo è detto “Ràis” o anche “S’cèt”
parola questa simile a quella bergamasca.
La ragazza è invece la “Ràisa”o “S’cèta”. Com il
termine di “Rèdes” (dal latino”haeredes”) si definisce il
fanciullo, l’adolescente.
La ragazza da marito è detta “Matèla”e il giovanotto, “Matèl”.
L’af è il nonno ( dal latino”Avus”), mentre il bisavolo,
se há la fortuna di arrivare ad una veneranda età, è chiamato
com il simpatico termine di “Bacüch”.
Piemontese ed occitano
Sempre a proposito di dialetti "galloitalici".
È vero, come si è fatto notare, che i dialetti stanno perdeno
sempre di più i loro tratti distintivi, e vengono ad assimilarsi
alla lingua ufficiale dello stato. Ma questo non è un criterio
adeguato per la loro classificazione.
Il piemontese è sicuramente un dialetto italiano, dal punto di
vista morfologico; sembra una lingua strana e straniera solo a
chi viene da regioni dove la pronuncia delle vocali ü,
ö ed ë è sconosciuta o difficile.
Non appartengono invece sicuramente all'insieme linguistico
italiano né l'occitano delle valli occidentali del Piemonte, né
il franco - provenzale della bassa val di Susa, di alcune aree
del Canavese ecc. Ma anche in queste zone i parlanti non hanno
chiara coscienza della loro identità linguistica. La parziale
somiglianza di pronuncia e di vocabolario, ma soprattutto
l'attrazione economica e culturale dei centri di pianura fa sì
che queste parlate perdano poco per volta i loro tratti
distintivi, e si assimilino sempre di più al piemontese. E` un
fenomeno che è ormai quasi irreversibile, e rende la parlata
delle vecchie generazioni, soprattutto nelle zone più isolate,
diversa da quella delle giovani generazioni e dei centri più
importanti. Io stesso, conversando con un anziano contadino
della Valle Gesso, lo sentivo usare indifferentemente, a
proposito della neve, sia neus, che è l'originario
vocabolo occitano, sia fiòcco, un curioso incrocio fra il
piemontese fiòca e la pronuncia occitana con la -o
finale del femminile. In quelle stesse zone il pronome di prima
persona singolare ieu è quasi completamente scomparso di
fronte al piemontese mi ecc.
Nelle zone franco - provenzali la lingua frequentemente usata è
il piemontese, e la parlata originaria, anche se conosciuta,
viene spesso usata con intenti caricaturali. Ma questi sono
fenomeni di acculturazione, che derivano da vicende storiche e
dal modo in cui nei secoli passati sono stati tracciati i
confini nazionali; non sono caratteri propri delle parlate
locali. Allo stesso modo credo che in Corsica ormai il dialetto
locale, che è di tipo italico, sia soppiantato dal francese.
P. S.
A proposito di confini: l'idea bossiana di una Padania che va
dalle sorgenti del Po all'Adriatico ripete pari pari i criteri
geopolitici e militari ottocenteschi, secondo cui i confini
etnici coincidono con quelli dei bacini idrografici. Idea
disastrosa, che con la prima guerra mondiale ci ha fatto
occupare il Sud Tirolo, che è tutto, meno che Italia, e con la
seconda guerra mondiale ci ha fatto perdere l'Istria e la
Dalmazia, che invece erano in gran parte italiane.
Come si pronuncia la
r del piemontese?
La r della maggior parte delle zone del Piemonte è uguale
alla r italiana. Non saprei dire della Val d'Aosta, dove lingua
ufficiale è anche il francese (ma tutti parlano benissimo
l'italiano, anche perché fanno affari per lo più con turisti
italiani). È così sicuramente nel Torinese e nelle zone di
pianura; la r moscia di Gianni Agnelli, di Oscar Luigi
Scalfaro e di Fausto Bertinotti non è un carattere dialettale,
ma un vezzo che anche ad orecchie piemontesi appare un po'
ridicolo e pretenzioso.
Lo stesso vale per le zone di influenza franco-provenzale (nord
e nord-ovest) e per quelle di influenza occitana (ovest). In
particolare la fonetica dell'occitano puro (non delle valli
Chisone e Germanasca, che sono un caso particolare) è più simile
a quella dell'italiano che non a quella del francese o del
piemontese. Un mio amico di Casteldefino (alta valle Varaita,
una zona occitana particolarmente conservatrice) diceva che suo
padre, negli anni '50, era emigrato a Torino e aveva dovuto
imparare il piemontese; ma non gli riuscì mai bene, e i suoi
compagni di lavoro lo prendevano in giro perché parlava « come
un Napoli » (come un meridionale).
BONVESIN de la RIVA
Facciamo un passo indietro fino alla fine del 1300. Il latino è
sempre più “volgare”. |Gli studiosi dell’epoca, gran partew dei
quali appartenevano a vari ordini religiosi, nell’intento di
dimostrare una nuova lingua com caratteri e dignità proprie,
compilano elenchi di parole che altro non sono, alla resa dei
conti, che la dimostrazione di come il dialetto sia largamente
usato a tutti i livelli. È il caso di Bonvesin de la Riva (anno
1290). Per il verbo “Impaurirsi” usa “Stramìs”vocabolo,
secondo lui, “tipico” del nuovo parlare “volgare” quando,
nessuno ignora che in dialetto, si usa “Stremìs”.
Poco posteriormente, nei differenti territori europei un tempo
sottomessi ai Romani, cominciano ad apparire gli idiomi “Romanzi
“, profondamente legati al latino. È il caso del portoghese
del castigliano (spagnolo), del catalano, del francese, del
provenzale, lingua oggi pressochè morta o parlata a solo a
livello di dialetto e unicamente nelle regioni meridionali della
Francia. Frattanto nella terra di Toscana, Dante Alighieri
concretizza in maniera mirabile la lunga, faticosa scalata del
nuovo parlare “volgare”, componewndo la Divina Commedia
conferendo così al nuovo idioma dignità e la completezza di una
vera e propria lingua.
IL TOSCANO
La caratteristica principale di questo dialetto è data proprio
dallo stretto legame mantenuto con il latino. Se ad esempio
prendiamo la parola “Sanctus” questa in toscano diventa “Santo”.
L’”nct” latino è “Nt” e non diventa “Nd”
come invece accade in molti dialetti meridionali.
Il toscano è molto conservatore, e la ragione di ciò sta nel
fatto che una buona parte della Toscana è rimasta per un certo
periodo, abbastanza isolata dal resto del mondo. Infatti, a
causa degli Appennini, era fuori dalle vie di comunicazione dal
nord verso il sud e viceversa. Basti pensare all’itinerario che
seguivano coloro che tornavano dai pellegrinaggi al santuario di
Santiago di Compostella, nell’odierna Spagna. Per andare verso
il sud giungevano nella Lucchesia, andavano dove ora si trova
Altopascio ed evitavano la zona costiera dirigendosi,
probabilmente, verso Siena, seguendo così una linea che
praticamente lasciava fuori Firenze isolando così questa città e
gran parte della Toscana; situazione questa che perdurerà per lo
meno fino al Duecento-Trecento quando i mercanti apriranno
finalmente altre vie di comunicazione .
La Toscana, a sua volta vaveva ed ha fino ad oggi i propri
dialetti:- Il caso di Pisa è tipico. Prima che Firenze la
concquistasse, quì si parlava un dialetto che era simile a
quello di Lucca che ancora oggi è diverso dal fiorentino. Il
lucchese, aveva tratti più settentrionali, conseguenza del fatto
sopra-accennato, che di là passava la via che dalnord portava a
Roma.
È tipico, ancora oggi, sentire nel contado lucchese: ”Bellessa”
invece di “Bellezza”,”Piassa” invece di “Piazza”.
Quanto poi alla simpatica aspirazione del toscano, alcuni
sostengono che questo costituisca una “reminiscenza” della
lingua etrusca che nonostante le conquiste romane avrebbe
conservato le proprie “aspirate” nel “C” nel “CH”
intervocalico ed anche nella “T”che in parte della
Toscana è pronunciata come fosse un “Th.
Come si è già accennato, La fortuna del toscano si basa sul
consenso avuto da scrittori come Petrarca, Dante Boccaccio etc.
Ad un certo momento, per ragioni culturali e letterarie è
accaduto che autori del nord ed anche del sud, abbiano
cominciato a scrivere in toscano, come ad esempio, Boiardo che
era emiliano, o come Sannazzaro che era napoletano.
Deve eseere considerato che nei secoli passati i dialetti si
conservavano maggiormente nel tempo, mutavano com grande
lentezza perchè mancavano occasioni di scambio tra gli abitanti
delle diverse zone dell’Italia. Soltanto pochi privilegiati
avevano l’occasione di spostarsi da un paese all’altro. Nel
Medioevo, per esempio, viaggiavano soprattutto i commercianti e
coloro che occupavano un posto alto nella scala sociale (i
podestà, gli ambasciatori, i professori e gli studenti delle
università, i prelati ed i nobili). Di conseguenza, non
esistevano molte ragioni per per modificare il proprio modo di
parlare quotidiano: cioè il proprio dialetto. Se i dialetti
rimanevano immobili, diversa, invece, fu la situazione del
fiorentino che rapidamente cominciò a diffondersi tra gli uomini
colti della penisola a partire dal Trecento.
Ciò avvenne soprattutto per quanto riguarda la lingua scritta.
La stragrande maggioranza degli abitanti della Penisola
continuava ad usare i dialetti, e non si ebbero grandi mutamenti
fino alla fine della seconda metà dell’Ottocento, periodo questo
in cui accadde un avvenimento storico e politico che ebbe grandi
conseguenze sullo sviluppo della lingua italiana e sulle varie
“parlate” in Italia:-L’unità di Italia, nel 1870 assieme alla
conquista di Roma fece sì che l’Italiano, lingua parlata
soltanto in Toscana e dalle persone “colte”, cominciasse a
diffondersi presso l’intera popolazione.
Deve essere chiaro che non c’è stata nella realtà, nessuna
costrizione.
Da noi non è accaduto come in Francia dove la lingua è stata
stabilita con una legge o come in Inghilterra dove, la scelta di
un certo dialetto come lingua generale è dipesa da vicende di
carattere soprattutto politico.
In Italia tutto è accaduto naturalmente. Quando non esisteva
ancora una unità nazionale è avvenuta questa unificazione
culturale. Ovviamente, i difensori ad oltranza dello sviluppo
dei singoli dialetti nel nostro Paese affermano che c’è stata
si! Una violenza dello stato italiano; ma ciò è riferito al
1870, alla fine del Risorgimento, a quando cioè è stato
codificato quale sarebbe diventata la lingua ufficiale della
Penisola. Ma anche in quella occasione lo Stato non ha fatto
altro che prendere atto di quello che era già da tempo, il mezzo
di comunicazione generale.
DIALETTI MERIDIONALI
Diamo ora un rapido sguardo ai dialetti meridionali e subito ci
imbattiamo in una delle principali caratteristiche comuni a
tutte le “parlate” meridionali data appunto dal gruppo “Nd”
che diventa “NN”, si veda ad esempio la parola”Quando”che
diventa”Quanno”. Laddove c’è una “Nt”, la stessa
si trasforma in “Nd”. Il fenomeno della doppia n
lo si riscontra anche nelle iscrizioni osco-umbre preromane;
prova questa della continuità storica dall’osco-umbro fino ai
dialetti attuali:- le popolazioni avevano si imparato il latino
pur introducendovi quell’NN della propria radice linguistica
precedente.
Un altro fenomeno curioso è quello delle Consonanti invertite
nel siciliano (“beddu” al posto di “bello”) il chè
si verifica anche in Sardegna, in Corsica e in alcuni paesi
delle Alpi Apuane in cui si sente dire “padda”invece di “palla”,
mutamento questo attribuito ad un sostrato di popolazioni molto
remote, precedenti ai Romani che nella loro lingua avrebbero
avuto queste consonanti.
Esistono per esempio località in provincia di Foggia, come Faeto
e Celle San Vito, in cui dal Trecento si è diffuso il franco
provenzale e a Guardia Piemontese, in provincia di Cosenza, lo
stesso è accaduto a partire dal Cinquecento. Esistono poi
colonie gallo-italiche in Sicilia di provenienza naturalmente
settentrionale. E questo in località come San Fratello, Novara
da non confondere com l’omonima città del Piemonte, Sperlinga,
Nicosia, Aidone, Piazza Armerina, Randazzo.
In Sicilia ci sono state città che parlavano il greco. Basta
pensare a Siracusa ed Agrigento, però ad un certo punto il greco
pian piano è scomparso cedendo il passo al latino.Ma anche su
questo argomento si verificano accese discussioni tra gli
studiosi. Si discute cioè se gli insediamenti greci in Italia
risalgono all’ottavo secolo avanti Cristo oppure si tratti
invece di colonizzazioni posteriori, avvenute nell’era
cristiana, più precisamente nel sesto, settimo secolo dopo
Cristo.
Gli insediamenti albanesi ci riconducono ai tempi in cui
l’Albania è stata concquistata daí turchi nel secolo xv. È stato
appunto allora che molti albanesi si sono rifugiati in Italia.
E siamo così arrivati alla Sardegna che, a differenza delle
altre regioni dell’Italia settentrionale, non ha subìto, se non
lungo la costa e superficialmente, tutta una serie di invasioni
da parte di altre popolazioni, e non ha avuto nella sua storia
relazioni con genti di altri Paesi che sono alla base della
rapida evoluzione dei dialetti.
La Sardegna in tal senso è rimasta davvero un’isola ed há
conservato nel tempo un tipo linguistico più vicino al latino di
altri.
Alla fine del nostro “viaggio panoramico” tra i dialetti
italiani, soffermiamoci um pochino su un rapido quadro circa
l’evoluzione della propria lingua italiana:
UNA LINGUA IDEALE
Non è molto che l’italiano è diventato una lingua popolare.
Torniamo indietro al secolo XVIII.
Due secoli fà, chi non fosse nato in Toscana doveva scrivere in
una “lingua ideale”, poco adatta ad um contesto vivo, di uso
concreto e non riconosciuta nella pratica. Per altro lato si
presentava l’esigenza precisa di uma lingua comune, moderna,
agile e disinvolta per parlare di cose “quotidiane”, per
scrivere contenuti tecnici, utili, per uso di publico più
amplio.
Nei grandi centri Napoli, Milano, Torino, Venezia etc> la vita
culturale era di fatto molto intensa, aperta al nuovo e
all’Europa.
Sorge così uma nuova classe, la borghesia. Il publico dei
lettori diventa più vario e raffinato.
L’esigenza di sostituire il dialetto in favore di uno strumento
di conversazione medio e alla portata di tutti diventa ancor più
evidente nel Settecento.
SI PRENDE COSCIENZA DEL FATTO CHE STIA MANCANDO REALMENTE UNA
“lingua nativa”.
In Italia la comunicazione settoriale e specializzata era
possibile solo a livelli più alti, non per la borghesia
emergente e neanche per l’imprenditore che stesse necessitando
di un piccolo manuale per istruire il contadino sul metodo
migliore per potare le viti o per come si potesse praticare la
“coltura” del Baco da seta. Quando un piemontese o un lombardo
avesse avuto l’esigenza di parlare di “cose pratiche”, c’era da
rimanere molto perplessi. Gli almanacchi di agricoltura per uso
degli agronomi, o i piccoli manuali circa , ad esempio,
l’allevamento delle pecore, erano scritti in un linguaggio
ibrido oscillante tra, regionalismi e termini popolari.
Nessuno dal Trecento al Settecento aveva ancora rinunciato alla
lingua materna (il dialetto), e nessuno si era messo a studiare
il toscano come oggi, si apprende l’italiano in quanto lingua di
comunicazione inter-regionale.
La lingua italiana ancora non esisteva, il fiorentino era stato
adottato solo come lingua letteraria ed in particolare, come
lingua lirica.
Drovemo arrivare al Quattrocento e al Cinquecento perchè si
percepisca la necessità di regole di grammatica.
La prima grammatica fu di fatto quella Di Leon Battista Alberti.
Nel Cinquecento incontriamo Regole grammaticali della volgar
lingua del veneziano Giovanni Francesco Fortunio e, nel 1525
fu presentata l’opera Prose della volgar lingua di Pietro
Bembo che ebbe fondamento sulla poesia del Petrarca e sulla
prosa del Boccaccio. Per il resto c’era il dialetto come lingua
di comunicazione ed il latino, insegnato nella scuola, come
lingua delle scienze.
La lingua che si forma tra il Settecento e l’Ottocento,
nell’aurora del nostro imminente Risorgimento, non era
sostentata da un centro politico o amministrativo, e per questo
continuava ad essere idealizzato, come modello superiore, il
linguaggio di Dante e Boccaccio. Anche il vocabolario che a
partire dal Seicento fino al secolo passato, fu indispensabile
ai nostri scrittori per apprendere a scrivere, era interamente
basato sugli esempi degli autori toscani dal Trecento fino al
Cinquecento.
Si era innalzata una barriera ben forte tra la lingua e la
propria comunicazione, tra l’italiano letterario, immobile e
fisso in uma rigidezza senza alcun dubbio, impopolare e
l’italiano “parlato.” Tutto ciò costituiva un grande problema.
Si pensi, dice il Manzoni, “ad un siciliano che incontra un
veneziano ed un genovese, parlando questi con un milanese, i
quali, per educazione, dovessero smettere di parlare in dialetto
per continuare la conversazione in italiano”!
“L’italiano è una lingua morta” aveva scritto Manzoni ad un
amico proprio per causa della “distanza tra la lingua scritta e
la parlata”
Nella più fortunata Francia tutti comprendevano Molìere!
Nell’Italia, al contrario, la stessa satira del Parini, poeta,
tra tutti, il più prossimo alla tematica popolare, non riuscì ad
arrivare ai “destinatari”.
LA SECONDA METÁ DELL’OTTOCENTO
Costituita l’Italia, il problema riguardò appunto la questione
della Lingua nazionale. Urgeva l’unità, “procurare e
proporre tutte le provvidenze e le maniere con le quali si
potesse realizzare la “popolarità” della “Buona lingua” e della
“Buona pronuncia”. Concetto questo espresso dal Manzoni
contenuto nella Relazione del 1869, nella commissione dallo
Stesso presieduta da quello che allora era il ministro della
istruzione, Broglio.
Manzoni pensa che così come in Francia il francese si era
diffuso per tutto il Paese, anche in Italia, sarebbe bastato
scegliere uno degli “idiomi particolari” e renderlo accetto da
tutti, trasformandolo così in un “idioma comune”. Ovviamente ciò
sarebbe stato possibile solo con il “fiorentino”proprio per le
ragioni sopra descritte. Si verifica in questo modo che “il
linguaggio vivo e originale di una città diventa “linguaggio
vivo e vero” di una intera nazione.
Aderire al toscano significava, per una grande parte delle altre
regioni, partire da zero, rinunciare alla propria storia.
Proporre um linguaggio comune che avesse il centro in uma sola
città o regione limitato quasi esclusivamente ad una classe,
senza porsi il problema di approssimare aree geografiche e
sociali diverse, fu um errore di Manzoni, per altro, chiaramente
evidenziato da un grande glottologo del secolo passato,
Graziadio Isaia Ascoli.
La lingua di una città , egli dice, non può “supplire il
commercio civile e letterario della nazione
intera”.L’unificazione della lingua che aspirasse a trasformarsi
anche in un “fatto popolare”, non poteva lasciare di basarsi
sulla contribuzione delle forze culturali delle varie regioni e
in ogni caso doveva essere il risultato di una maturazione
collettiva realizzata nella storia.
In realtà molte cose dovevano mutare perché il problema della
lingua potesse avviarsi spontaneamente a soluzione.
Di fatto, nel fertile clima di circolazione culturale creato
dall'unità nazionale, la lingua, proprio per assolvere alle
nuove funzioni cui era chiamata, aprì lentamente ma
progressivamente le porte ai dialetti, vincendo le resistenze
dei conservatori e dei puristi; e i dialetti vennero così
depositando via via intorno al nucleo originale della lingua
letteraria i loro contributi per la formazione di una lingua
comune e comprensibile a tutti gli italiani.
Ma il diffondersi della "buona lingua" - così l'aveva chiamata
nel 1868 Emilio Broglio, allora ministro della pubblica
istruzione e così la chiamano ancora oggi gli italofoni dei
Grigioni - non costituì, almeno in un primo tempo, un pericolo
reale per i dialetti: ricchi della loro vita bimillenaria e
depositari di un grande patrimonio di cultura popolare,
continuarono infatti ad essere sentiti come insostituibili,
anche da chi aveva imparato a parlare in italiano. D'altra
parte, quale lingua si proponeva in alternativa? L'italiano
rimaneva essenzialmente lingua scritta e letteraria, il suo
lessico era ancora lacunoso e povero in molti settori della vita
pratica e non poteva sostituirsi ai dialetti. In realtà, nella
prima metà del Novecento, le classi socialmente inferiori e poco
scolarizzate continuarono l'uso esclusivo del dialetto, mentre
le classi altamente scolarizzate crebbero bilingui: l'italiano a
scuola e nelle situazioni formali, il dialetto in famiglia e
fuori casa, in tutte le situazioni informali.
D'altronde, fino al secondo dopoguerra, come sostiene
polemicamente il linguista Peruzzi, il vocabolario nazionale era
adatto «per discutere dell'immortalità dell'anima, per esaltare
il valore civile, per descrivere un tramonto, per sciogliere un
lamento su un amore perduto... non per parlare delle mille
piccole cose della vita di tutti i giorni». E ancora nel 1968,
Giacomo Devoto, presidente dell'Accademia della Crusca, scriveva
a difesa della pacifica convivenza di lingua e dialetto: «La
persona umana è per natura non monolingue, ma almeno bilingue».
C'è una lingua pubblica, nazionale, «proiettata nel tempo,
mirante a orizzonti lontani, destinata a raggiungere i confini
che la storia ha assegnato alla nostra comunità linguistica», e
c'è una lingua privata, «che si usa fra le mura domestiche,
legata ad un desiderio di immediatezza e intimità. A questa
bipartizione corrisponderebbe meravigliosamente, in teoria, la
coppia di lingua e dialetto».
Era la soluzione proposta già nell'Ottocento da Graziano Isaia
Ascoli, ma la situazione linguistica italiana, a dispetto
dell'autorevole opinione dei teorici, non si stabilizzò sulla
scelta del bilinguismo. Le cause che concorsero a rendere
difficile questa opzione ideale furono indubbiamente molte e
complesse, ma non possiamo sottovalutare il fatto che tutta la
pedagogia scolastica postunitaria fu esplicitamente tesa a
screditare il dialetto, costantemente contrapposto alla "buona
lingua". Tant'è vero che, già dall'inizio del secolo, l'uso
esclusivo del dialetto aveva cominciato a classificare
socialmente gli individui e fu in gran parte responsabile
dell'insuccesso scolastico di quella «valanga dei traditori
della zappa e della cazzuola» che non «capiscono nagotta», ai
quali Augusto Monti, in un suo articolo del 1913, faceva senza
mezzi termini risalire la causa principale della crisi della
scuola media.
La lotta contro i dialetti, si inasprì ulteriormente col
fascismo, la cui politica linguistica, sostanzialmente
reazionaria e antipopolare, mirò con accanimento a sradicare dal
tessuto nazionale la "malerba dialettale". Fu così che all'uso
del dialetto, che pure la Riforma Gentile aveva promosso a
livello di scuola elementare, si venne accompagnando una
connotazione di arretratezza. E ci si spiega come mai i genitori
dialettofoni, quelli almeno che potevano farlo, si affrettarono
ad insegnare ai loro figli quel tanto di italiano che erano
riusciti ad imparare, nella speranza, in realtà del tutto
infondata, di rendere loro più facile l'inserimento nella
scuola, e soprattutto il conseguimento dell'ambita "licenza",
che avrebbe assicurato loro il "posto" di lavoro.
A partire dagli anni Cinquanta, l'intensificarsi delle
comunicazioni, la forza di penetrazione dei mass-media, il
prolungamento dell'obbligo scolastico, il fenomeno
dell'urbanesimo e l'abbondono conseguente delle campagne, il
generale innalzamento del livello economico e culturale e la
maggiore mobilità sociale hanno creato le condizioni per un
profondo rinnovamento della vita nazionale, che impresse anche
una forte accelerazione al processo di italianizzazione della
penisola |