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Da Rocca Tancia a Catino fino a Roccabaldesca: la Sabina
segreta
L'itinerario
che collega questi tre bastioni ti porterà a conoscere una parte
segreta della Sabina in cui si fondono, in perfetta armonia,
testimonianze storiche e una natura lussureggiante.
Da Rieti, percorrendo prima la S.P. Tancia e poi quella per
Monte San Giovanni, si giunge al bivio che conduce a Poggio
Catino. La strada sale fino a località Osteria del Tancia; qui
si gira a destra su di una strada non asfaltata che termina in
corrispondenza di una fontana. Dalla fonte parte un sentiero che
conduce a una piccola dorsale da cui si scorge Rocca Tancia.
Sul Monte Tancia nacquero nel X sec. due insediamenti
fortificati nei pressi dell'importante Santuario di San Michele
Arcangelo, a lungo conteso tra l'Abbazia di Farfa ed il Vescovo
di Sabina.
Il primo ad essere ricordato è Rocca Tancia, fondato tra
il 967 e il 975. Nel 988 compare nelle fonti anche il
Castello di Fatucchio, sorto dirimpetto. Rocca Tancia venne
in possesso dei Camponeschi, una consorteria che dominava i
Monti Sabini. Alla metà del sec. XII fu ceduta nuovamente a
Farfa. Nel Trecento fu concessa alla famiglia romana dei
Toldelgariis, per passare agli Orsini alla fine del secolo. Di
questo abitato, abbandonato nel sec. XIV, restano oggi
pittoresche rovine dominate dalla torre semidiruta.
Da Rocca Tancia si continua in direzione di Poggio Catino: la
strada è tortuosa, ma rivela un paesaggio incantato. Oltre
Poggio Catino s'incontra l'abitato di Catino, dal quale, salendo
attraverso una scalinata, si giunge al Castello di Catino,
che ti regalerà una vista suggestiva. Il castello nacque intorno
alla metà del sec. X; dopo circa un secolo l'abbate di Farfa,
Berardo I, ne acquistò i due quinti.
Il borgo è noto per aver dato i natali al monaco Gregorio da
Catino che, tra XI e XII secolo, trascrisse il cartario
farfense, lasciandoci un patrimonio archivistico di grandissima
importanza per la storia altomedievale europea.
Catino rimase possedimento di Farfa fino al sec. XII. Alla fine
del XIII sec. signori del castello divennero i Sant'Eustachio,
potente famiglia romana. Nel 1476 passò alla Camera Apostolica,
per cambiare poi spesso possessore: il comune di Rieti, il
mercante genovese Meliaduce Cicala, gli Orsini, i Savelli, i
Capizzucchi e gli Olgiati.
All'interno del castello svetta alta una torre pentagonale
bassomedievale. In gran parte è ancora visibile l'apparato
fortificatorio del castello, ristrutturato nel Rinascimento.
Si continua verso Poggio Mirteto e poi in direzione di Salisano;
qualche chilometro prima di giungere all'incrocio per il paese,
bisogna girare sulla destra verso la centrale ENEL. Si scende
quindi nella valle, dove, su una collina, si erge
Roccabaldesca.
I ruderi sono immersi nella vegetazione e per giungervi è
necessario farsi strada tra gli alberi e gli arbusti. La rocca,
il cui primo impianto risale alla metà del sec. X, entrò a far
parte, nel secolo successivo, del patrimonio farfense. Nei primi
decenni del XIV sec. Roccabaldesca conobbe un certo slancio
edilizio. Questi tentativi di rivitalizzare il castello non
riuscirono nel loro intento: il castello fu abbandonato
definitivamente nel Seicento.
Le strutture ancora visibili sono di grande interesse: l'arco
della rocca e il quartiere abitativo sviluppatosi grazie
all'immigrazione di maestranze lombarde sullo scorcio del
Medioevo. Si possono ammirare anche i pozzi scavati nella roccia
per la conservazione dei cereali ed un mulino per la produzione
dell'olio d'oliva, riportati recentemente in luce durante lavori
di restauro.
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