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Antonio SOCCI
San Silvestro
tratto da: 30 Giorni, anno VIII, dicembre
1990, p. 72s.
Non è stato padre della chiesa, né un
martire, né un fondatore. È stato anche un papa ordinario. Ma
sorprendentemente la tradizione romana lo ha esaltato. Per un
semplice battesimo
All'inizio del cristianesimo si trova una lunghissima serie di
persecuzioni e di campagne diffamatorie. Da Crescente a
Frontone, a Luciano, a Elio Aristide, a Marco Aurelio e Galeno,
le accuse che ricorrono sono: ateismo, immoralità, odio del
genere umano, disprezzo della religione tradizionale, atti
turpi, affarismo e promiscuità, culti sanguinari e
oscuri,infanticidio, antropofagia.
In realtà i periodi di persecuzione di massa sono stati pochi.
Nel III secolo, sotto la dinastia dei Severi, i cristiani sono
tollerati (e si moltiplicano). Ma la Chiesa resta sempre
fuorilegge e lo Stato può sempre procedere contro i singoli
cristiani equiparandoli, solo per la loro fede, a criminali. È
noto che ormai anche molte famiglie di patrizi e senatori sono
state "contagiate": in ciascuna ci sono dei cristiani, talora i
figli, tal'altra le mogli, oppure i servi o qualche amico... Ma
come e perché, attorno al 313, lo stesso imperatore abbracci il
cristianesimo creando i presupposti per una delle più grandi
rivoluzioni della storia, è ancora un affascinante enigma
storico. Uno dei più straordinari.
Secondo lo Schulze, al tempo dell'Editto di Milano, promulgato
da Costantino e Licinio, i cristiani ammontano a circa dieci
milioni in un Impero popolato complessivamente da cento milioni
di persone. Un decimo, quindi, della popolazione. Le comunità
cristiane più fiorenti e più diffuse si trovano nelle province
orientali (Asia, Siria, Egitto). Nell'Africa romana si contano
circa centomila cristiani su nove milioni di abitanti e -più o
meno- le stesse proporzioni valgono anche per l'Italia.
Nella città di Roma, per lo Schulze, vi sono circa diecimila
cristiani su settecentomila abitanti. Sono cifre discutibili, ma
comunque orientative. Al tempo dell'Editto di Milano il vescovo
di Roma è Milziade. Ma muore in quello stesso anno. Nel gennaio
del 314 si elegge il successore e viene scelto Silvestro, che
vedrà identificato il suo pontificato con la grande rivoluzione
di Costantino, perché, secondo la leggenda, fu lui che lo
battezzò. Così, secondo la tradizione cattolica, il battesimo di
un uomo, nella storia di Silvestro, si rivela più importante
della sua stessa funzione ecclesiastica. È stato scritto: «Nel
battesimo è l'unica sorgente di una personalità nuova, di
protagonismo nuovo nella storia: tutto il resto sarà ruolo,
mestiere, compito. Nel battesimo, l'"Uomo Nuovo" con cui
incomincia l'eternità (l'eterno non è un lungo filo di tempo ma
la verità delle cose), cioè Cristo, si comunica a chi sceglie. E
chi è scelto è reso parte della creazione nuova, quella cui
tutti sono destinati e che esploderà alla fine nell'evidenza
universale. Chi è battezzato è chiamato da subito a far parte di
un flusso, di una corrente contraria al grande movimento della
palude mortale che urge le cose verso il nulla, l'insignificanza
e la morte».
Silvestro era romano, figlio di un tal Rufino, che fu prete al
tempo di papa Marcellino. Si può dire con una relativa certezza
che al tempo dell'ultima persecuzione, quella di Diocleziano, si
era dichiarato cristiano. Infatti, in tutte le regioni dove essa
aveva imperversato, dopo non fu eletto vescovo se non chi aveva
coraggiosamente affermato la sua fede in Cristo.
Il suo pontificato durerà più di venti anni (la morte lo
coglierà infatti il 31 dicembre del 335), ma nulla di certo si
conosce attorno alla sua persona e al suo ministero. Gli storici
sono concordi nel ritenere il suo un pontificato di basso
profilo, subissato dalla grandiosa azione di Costantino. Eppure
è sotto di lui che si compie una delle svolte più importanti
della storia della Chiesa. Forse per questo nei secoli
successivi i cristiani riempiono di leggende quella storia che
mancava. Secondo una di queste leggende, appena eletto,
Silvestro dovette rifugiarsi sul monte Soratte per sfuggire a
una persecuzione scatenata da Costantino dopo il suo editto.
Costantino si sarebbe per questo ammalato di lebbra, perciò
avrebbe fatto chiamare dal Soratte Silvestro che, battezzando
l'imperatore, lo avrebbe miracolosamente guarito dal morbo.
Inoltre Silvestro avrebbe convertito la madre di Costantino, che
aveva aderito al giudaismo, sostenendo pubblicamente una disputa
con dodici scribi. Ma la leggenda più nota è quella riguardante
la «Donatio Constantini», un falso probabilmente dell'VIII
secolo con il quale si fece risalire alla volontà
dell'imperatore -che aveva trasferito a Costantinopoli la
capitale- il governo del Papa sulla città di Roma, ovvero il
potere temporale della Chiesa.
Questo straordinario falso. contro cui inveì Dante e molti dopo
di lui, ebbe una enorme importanza storica: il potere temporale
è stato una garanzia di libertà per la Chiesa, durante i secoli
(peraltro il documento può essere falso, ma è assolutamente vero
che il popolo di Roma, abbandonato dagli imperatori, fin dalla
calata dei barbari si pose nelle mani -anche politiche- del suo
vescovo). La verità storica però è che Silvestro e Costantino si
videro al massimo una o due volte e probabilmente non ebbero mai
occasione di parlarsi.
Costantino, inoltre, fu battezzato solo nell'imminenza della sua
morte, nel 337, e non da Silvestro, che era già morto, bensì dal
vescovo Eusebio di Nicomedia. Ciononostante la Chiesa greca lo
onora come santo e la tradizione lo definisce "il primo
imperatore cristiano".
Sicuramente non si può dire che il 28 ottobre del 312, quando
sconfigge Massenzio riconquistando Roma, dopo aver fatto
imprimere sugli scudi dei soldati il monogramma cristiano
sognato la notte precedente, Costantino fosse o si definisse
cristiano.
Era un grande condottiero e un grande riformatore. Ma le
cronache dicono che, almeno inizialmente, Costantino non abiurò,
pur parlandone con fastidio, la religione imperiale. Alcuni
storici sostengono che Costantino fosse mosso esclusivamente da
scaltrezza politica, per accattivarsi il sostegno dei cristiani.
Ma, in mancanza di documenti, tutte le ipotesi sono possibili.
Quel che è certo è che, appena entrato in Roma, Costantino
scrive a Massimino Daia chiedendo la fine delle persecuzioni
contro i cristiani. Poi, dopo l'Editto di Milano, intima la
restituzione alla Chiesa di tutti i beni confiscati sotto le
persecuzioni e la riparazione dei danni. Dona inoltre alla
Chiesa la sua residenza del Laterano - la residenza dei
pontefici fino al XIV secolo -, gettando lì a fianco le
fondamenta della grande Basilica Lateranense, che sarà la "madre
di tutte le chiese". È sotto il pontificato di Silvestro che si
realizza il programma edilizio di Costantino con l'edificazione
delle grandi basiliche romane. A poco a poco tutte le leggi
vengono cristianizzate (si introduce anche il giorno festivo
domenicale).
Soprattutto è gravida di conseguenze positive la decisione di
Costantino di concedere l'immunità ecclesiastica, cioè l'esonero
dei chierici dai «munera».
Costantino riconosce ufficialmente per questo solo la Chiesa
"cattolica", cioè quella che conserva la comunione con le altre
chiese cristiane, la "grande Chiesa", sanzionando così per
autorità statale un diverso trattamento verso haeretici e
scismatici (ad esempio i donatisti).
Le dispute teologiche che imperversano in questi anni fra le
comunità cristiane diventano così un affare di Stato e in
qualche modo Costantino vi si trova coinvolto in prima persona.
Eccolo dunque alle prese con il conflitto fra i donatisti
africani e le altre Chiese cattoliche: egli decreta, in base al
pronunciamento del Vescovo di Roma, la distruzione delle chiese
dei donatisti. Ma il Vescovo di Roma sembra quasi restare ai
margini delle grandi scosse che agitano la cristianità. È
Costantino a convocare i due importanti Concili di Arles, nel
314, e di Nicea, nel 325. Silvestro, che pure era stato invitato
dall'imperatore, non vi partecipò e si fece rappresentare da
alcuni legati (secondo la consuetudine era il vescovo della
Chiesa ospite che presiedeva l'assemblea).
Silvestro dunque non prese parte nemmeno alla disputa lacerante
aperta nella Chiesa dalle teorie di Ario, il presbitero di
Alessandria che metteva in dubbio che Gesù fosse «vero Dio e
vero uomo» e che pur avendo assunto in tutto la natura umana
egli fosse Dio «della stessa sostanza del Padre».
Ario trovava filosoficamente inconcepibile ammettere questo
paradosso. Com'è noto la sua terribile eresia devastò la Chiesa,
la quale, però, proprio al Concilio di Nicea, lo condannò,
definendo il Simbolo che professa e proclama ancora oggi nella
liturgia.
«Il Concilio deliberò altresì sulla definitiva organizzazione
episcopale della Chiesa, affidando ai supremi seggi metropoliti
di Roma, Alessandria e Antiochia la giurisdizione sugli
ecclesiastici rispettivamente di Occidente, di Egitto, della
diocesi orientale escluso l'Egitto» (Mazzarino). Deliberò sui
seggi episcopali, sul celibato dei chierici e proibì
definitivamente le celebrazioni giudaizzanti della Pasqua ("protopaschite").
Solo quattro o cinque furono i vescovi occidentali che
parteciparono a quel Concilio, che tuttavia assunse
un'importanza straordinaria. Lo scarso rilievo che vi ebbe papa
Silvestro non mette in dubbio la posizione di preminenza
riconosciuta al Vescovo di Roma (emersa già con chiarezza sotto
i pontificati di Vittore I e di Stefano I). Così non deve
sorprendere la convocazione fatta da Costantino (il Concilio del
680, il sesto Concilio ecumenico, è il primo ad essere convocato
insieme dal Papa e dall'imperatore).
Il primato del Vescovo di Roma, che siede sulla cattedra di
Pietro, è sempre oggettivamente riconosciuto a prescindere dal
fatto che sia un uomo straordinario come Callisto oppure uno
ordinario come Silvestro.
La grandezza di Silvestro, in fondo, fu quella riconosciuta
dalla tradizione cristiana, il battesimo di Costantino,
l'accettare che un imperatore romano facesse per la Chiesa le
cose grandi che fece Costantino, anche se -almeno nel 313, il
momento della grande svolta- non si può certo dire che egli
sapesse cosa era il cristianesimo, che professasse i suoi dogmi
e che si fosse lasciato dietro le spalle il "mondo".
Quel che è certo è che a Costantino «qualcosa di nuovo e di
eccezionale era avvenuto in quell'anno» (Sordi). E su questo la
testimonianza del biografo, Eusebio, concorda con quella di un
pagano autore di un Panegirico su quegli eventi. Costantino,
alla vigilia dello scontro con Massenzio, era molto preoccupato
perché costui usava certe arti magiche in battaglia. Aveva anche
capito che le divinità tradizionali, Giove o Ercole, invocate in
precedenza da Severo e Galerio, contro Massenzio stesso nulla
avevano potuto.
Egli decideva così di confidare nel summus deus che suo padre,
Costanzo Cloro, aveva adorato per tutta la vita. Era il Sole,
ma, dicono le cronache, Costantino si rivolse a questo unico
signore «chiedendogli di rivelargli chi fosse e di stendergli la
sua destra». E qui accade un fatto eccezionale. Eusebio dice:
«Se non fosse stato lo stesso Costantino a riferirmi come
andarono le cose, non ci avrei creduto». Al declinare del giorno
nel cielo, davanti agli occhi esterrefatti di Costantino e di
tutto il suo esercito, apparve un trofeo di luce, una croce, e
una scritta: «Con questo segno vincerai». Arrivata la notte gli
appare in sogno il Cristo di Dio con il segno visto nel cielo e
lo esorta ad accettarlo come unica difesa contro i suoi nemici.
Costantino, svegliatosi, corse subito a discuterne con gli amici
e decise «di non onorare nessun altro dio se non quello che
aveva visto». Fu poi Osio, vescovo di Cordova, mandato subito a
chiamare, che gli rivelò il nome di colui che aveva visto. Così,
dopo la vittoria, per la prima volta un imperatore romano si
rifiutava di salire il Campidoglio per ringraziare Giove.
Costantino non rinunciò al potere, anzi lo usò come nessun altro
prima di lui. Si concepì come servo della Chiesa e ricevette il
battesimo in punto di morte. Ma già Silvestro lo aveva accolto
come cristiano (certo, un cristiano molto esuberante e...
potente).
Per questo la tradizione cristiana ci ha consegnato la leggenda
del battesimo di Silvestro. Il grande obelisco innalzato davanti
la basilica di san Giovanni in Laterano ce lo ricorda. Il
monolite fu scolpito in Egitto 3.500 anni fa. È un esemplare
unico al mondo. Costantino decise di portare a Costantinopoli
questo immenso monolite. Dopo la sua morte il figlio Costanzo
cambiò la sua destinazione portandolo a Roma. Ma fu papa Sisto
V, nel 1587, a recuperarlo ed erigerlo dove adesso si trova. Il
10 agosto del 1588, festa di San Lorenzo, fu benedetta la croce
posta sulla sommità della stele. In una delle facciate della
base Sisto fece scrivere: «Flavio Costantino Massimo Augusto /
vindice ed assertore della fede cristiana / quest'obelisco, da
un re egizio dedicato al Sole / con impuro voto, toltolo dalla
sua sede, fece condurre attraverso il Nilo...». E nella quarta
facciata: «Costantino, vincitore per intercessione della Croce /
battezzato da san Silvestro in questo luogo / propagò la gloria
della Croce». |
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IL LETTO DI SAN SILVESTRO
Nella
cripta della chiesa del Soratte si osservano colonne e
decorazioni marmoree, avanzi del tempio pagano. Fra i dipinti di
varie epoche, esistenti in detta cripta, si vede un San
Silvestro del secolo XIV.
Li presso trovasi una dura e aspra
scogliera, che il popolo di Sant'Oreste chiama “il letto di
S.Silvestro”.
Si racconta che su quello scoglio
dormisse il Santo, dormisse il Santo durante la sua dimora nelle
alpestre solitudini del Monte Soratte.
E' una vera cella del “sepolto vivo”,
una specie di tomba, comunicante con l'esterno per mezzo di un
foro, dal quale apparisce un piccolo lembo di cielo…
LE RAPE E LA MULA
Entrato
Costantino trionfalmente a Roma mandò al Monte Soratte i suoi
soldati per accompagnare Silvestro a Roma alla sua presenza.
Essi sono costretti a rimanere sul Soratte nella notte, ma non
c'era di che sfamarsi….basterebbero anche un po' di ortaglie.
Silvestro fa gittare intorno alla grotta del suo rifugio semi di
rape….e si mette in orazione per tutta la notte,
Si compie il prodigio: tra gli aridi
scogli del monte apparisce una rigogliosa verdura! Sono le Rape!
I soldati ne raccolgono, e ne mangiano a sufficienza.
E' l'ora di lasciare il Soratte, e
Silvestro rassicura i soldati che egli partirà più tardi e dopo
che i soldati se ne sono andati egli si prostra sullo scoglio a
pregare.
A Roma è atteso Silvestro, ma non giunge. Grande ansia per la
lunga attesa; finalmente Egli arriva, e in modo prodigioso.
Pascolava su Soratte una mula…e Silvestro dovendosi recare
subito a Roma, cavalcò l'umile giumenta, alla quale ordinò di
essere a Roma con un sol passo…Sul Soratte si vede un foro a
forma di zoccolo di bestia: i sorattini raccontano che quel foro
fu formato dalla mula cavalcata da Silvestro colla prima zampa,
un'altra orma della seconda zampa della mula si indicava presso
Rignano Flaminio, la terza presso Castelnuovo di Porto e
l'ultima doveva essere nelle vicinanze di Roma, presso Prima
Porta.
LE ROSE DI SANTA ROMANA
Sulla
cima del Monte Soratte, nel versante che guarda i monti Sabini
trovasi l'antico Santuario di Santa Romana. Parte di esso è
formato da una grotta a scogliera naturale interessante assai,
l'altra è in muratura. Vi è un solo altare dedicato alla Vergine
Santa Romana.
Questo santuario prende il nome dalla giovinetta Romana. Figlia
di Calpurnio Prefetto di Roma, che infervorata dalla fede
cristiana e di servire Dio, fuggita da Roma e dal padre, in età
di 10 anni passò a Todi, invitata dalla voce di una colomba, che
apparve in visione e disse: ”Melior est vita lustrorum quam
Principum”. Ma poi udita la fama di san Silvestro che dimorava
nascosto sul monte Soratte, si portò lì in una spelonca, dove
stette per qualche tempo. E ricevuto il Battesimo, e istruita e
confermata nella legge evangelica del Santo. Se ne tornò a Todi,
dove dopo 6 mesi, se ne volò al cielo.
La leggenda racconta: Romana tutte le mattine usciva dalla
spelonca e si recava sulla cima del Soratte, a far visita a
Silvestro. Un giorno egli le disse che troppo frequenti erano le
sue visite, le quali potevano essere male interpretate dagli
abitanti della vicina terra, che, in generale pastori e
contadini, potevano incontrarla nella faticosa salita del monte.
Alla domanda della Vergine quando sarebbe dovuta ritornare,
Silvestro rispose: “Tornerai quando saranno fiorite le rose”.
Era il mese di gennaio. Se ne tornò Romana nel suo ritiro, e si
pose in orazione. Giunse il mattino del giorno appresso, ed essa
uscì fuori dalla spelonca: nella notte era caduta sul Monte
Soratte a larghe falde la neve…ma Romana vide, con grande
allegrezza, nel piccolo orto, che coltivava, un bel roseto che
mostrava le sue olezzanti rose…
Col cuore trepidante e ripieno di santa letizia stacco quelle
rose, e giuliva si presentò di nuovo a Silvestro, il quale,
appena la vide le mosse aspro rimprovero dicendo: “Ma io ti
avevo detto ieri che tu fossi tornata quando erano fiorite le
rose”, e Romana, prostrata in ginocchio e mostrando le rose
disse: “Perdona, o Padre, ma le rose sono fiorite…”
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